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Quando da ragazzina sentivo qualcuno dire “eh una volta sì che era tutto diverso” con aria rassegnata, ricordando un’epoca in cui le cose sembravano migliori, sbuffavo dentro me pensando “eccone un altro che vive nel passato”. Ora però mi ritrovo a fare la stessa cosa, e mi domando se sia qualcosa che succede a tutte le generazioni. Se tutti noi, invecchiando, non riusciamo ad apprezzare quello che muta nei costumi e nella società, e rimpiangiamo quello che ricordiamo fosse un tempo.
Una di queste cose sono gli auguri. Oggi si fa in fretta, di prende la rubrica della posta elettronica e si seleziona una serie di amici e conoscenti, si aggiunge una bella fotografia natalizia nella mail, un paio di frasi fatte e si spedisce. Ecco fatto, gli auguri di Natale sono inviati, e non ci si pensa più. Lo stesso si fa con gli sms, brevi trilli del cellulare, un tasto da schiacciare e via, anche gli amici lontani sono serviti.
Dove sono gli auguri personalizzati? Dove le telefonate con le quali si riallacciava un rapporto allentato nel tempo, vuoi per la lontananza vuoi per mancanza di tempo? Dove gli auguri scritti a mano, su cartoncini e cartoline decorate, che ti ritrovavi nella cassetta della posta, e che ti ricordavano di quell’amico che da tanto non sentivi?
Ricordo che mia mamma, presa sempre da mille altre faccende e con la scusa della sua calligrafia illeggibile, mi incaricava di scrivere gli auguri per Natale ai parenti lontani. Unicamente si raccomandava che a quella zia particolare, quella permalosa, suscettibile, facile alle critiche (sua sorella peraltro), mandassi un biglietto a tema sacro; per il resto potevo sbizzarrirmi come volevo. Così io sceglievo i biglietti che più mi piacevano per chi preferivo, e quelli meno belli ai miei occhi per tutti gli altri. Poi sforzandomi di scrivere in bella calligrafia, sceglievo con cura le parole per dirlo ad ognuno di loro. Infine firmavo, a nome di tutta la famiglia e mio, orgogliosa che il mio nome fosse il primo, a testimonianza di quell’incarico che solo io avevo.
Allo stesso modo ricevevamo biglietti d’auguri dagli altri: dalle zie, sorelle di mamma, da altri parenti lontani, da amici dei miei genitori, anche da persone a me sconosciute, persone che chiamavo “signore” e “signora”. Questi biglietti facevano bella mostra di sé sulla credenza per tutto il periodo natalizio, accanto al panettone ricevuto dalla ditta, al cesto con le noci e i datteri. Frutta esotica che vedevamo solo per Natale, e quando per la prima volta apparve l’ananas… fu festa grande!
Ora questi auguri collettivi mi sembrano vuoti, insignificanti, senza senso. Un “dovere” più che un piacere, un fare perché tutti fanno. Una comoda via di fuga per non pensare, non entrare nel senso vero del Natale, che è quello di ricordare chi non c’è più, chi è lontano, e soprattutto coloro che amiamo.
A me capita, a Natale, di ricevere una cartolina di auguri da una persona cara ed è un piacere immenso, soprattutto perchè la cartolina è una foto scattata dalla stessa persona che si ritrae con la propria famiglia in tema natalizio.
Una piacevolissima abitudine che ogni tanto dico a me stessa di voler iniziare con le persone a me care e poi…ogni anno le buone intenzioni naufragano.
Speriamo nell’anno prossimo. A presto, V.